L’Assistenza Protesica ai tempi del COVID

"I principi di "universalità" e "uguaglianza" del Sistema Sanitario Nazionale ai tempi del COVID-19: cosa cambia per i disabili italiani? Regione che vai, diritto che trovi!

Nel periodo del lockdown le Aziende ortoprotesiche sono rimaste aperte al pubblico in quanto riconosciute fin da subito come erogatrici di prestazioni essenziali per la popolazione. Hanno quindi dovuto sostenere uno sforzo a livello organizzativo e professionale necessario ad offrire i propri servizi rispettando tutte le norme di sicurezza e di protezione individuale, a tutela di personale e assistiti, senza poter accedere, tuttavia, a tutti i benefici fiscali, in quanto ricompresi nei codici Ateco autorizzati all’attività.

Sforzo tanto grande quanto inutile perché la Nostra attività costituisce l’anello di una catena, spezzata però a monte dalla chiusura degli Uffici Protesici e dalla indisponibilità del personale medico specialista, giustamente dirottato alla gestione dell’emergenza Covid.

Tale contingenza ha di fatto portato alla interruzione dell’iter prescrittivo dei dispositivi ortoprotesici, di per sè caratterizzato da un percorso burocraticamente tortuoso, ricco di passaggi e personaggi molto spesso ridondanti e pertanto votato allo spreco delle risorse pubbliche, che ha sempre complicato la vita delle persone disabili, quasi congegnato dalla classe dirigente per scoraggiare gli aventi diritto alla fornitura di questi particolari livelli essenziali di assistenza. Se i politici vivessero le condizioni quotidiane dei disabili, aggravate dall’inutilità burocratica, probabilmente sarebbero scandalizzati dalle loro stesse decisioni.

L’emergenza pandemica ha reso esponenzialmente più difficoltoso un cammino di per sé già intricato dall’essere figlio di un retaggio storico di dipendenza professionale, che oggi non ha più senso di essere: uffici chiusi oppure, in quei pochi aperti, rischio di contagio aumentato dalla fragilità intrinseca della disabilità, attese ancora più lunghe. Un’ulteriore prova, semmai ce ne fosse stato bisogno, della necessità di cambiare registro, di snellire il percorso. Lo specialista prescrittore è fondamentale ed imprescindibile in età pediatrica ma rappresenta un “collo di bottiglia” ed un costo per il sistema se viene nuovamente coinvolto nel rinnovo di un dispositivo per tutti quei pazienti (e sono davvero tanti) che sono in “terapia di mantenimento”. L’attuale profilo del tecnico ortopedico ormai da tempo è completo di tutte quelle competenze necessarie ad incaricarlo non solo della responsabilità di individuare la configurazione tecnica di un dispositivo ortoprotesico ma anche del diretto rinnovo di fornitura, dall’inizio alla fine, nei pazienti ormai “stabili” secondo un piano definito non suscettibile di modificazioni, senza necessità di prescrizione. Il professionista sanitario, oggi più che mai, merita gli spazi di autonomia che il suo titolo gli consente ed il tecnico ortopedico non può rimanere indietro rispetto alle altre professioni sanitarie che stanno galoppando verso ampi ambiti di autonomia e titolarità professionale.

Sulla base di queste considerazioni, con grande determinazione, già a marzo, tramite le organizzazioni tecnico scientifiche del comparto ortoprotesico, e le Commissioni d’Albo territoriali dei tecnici ortopedici, abbiamo chiesto ai vertici politici una integrazione al DPCM 17.3.2020, finalizzata a garantire la continuità della catena di erogazione dei livelli essenziali di assistenza, riducendo l’esposizione al contagio degli assistiti e snellendo le procedure burocratiche durante il periodo di emergenza. Con tale emendamento il tecnico ortopedico non solo viene delegato direttamente dagli Assistiti per il prosieguo della procedura di fornitura nel caso in cui essi siano già in possesso della prescrizione medica ma, nel caso di Assistiti in “terapia di mantenimento”, che non abbiano una prescrizione, diventa responsabile dei rinnovi di fornitura, sia per decorrenza dei tempi minimi che per rottura o usura dei dispositivi ortoprotesici. Snellimento del percorso, riduzione degli sprechi, riconoscimento della titolarità delle competenze, a tutto vantaggio della filiera e, soprattutto, della salute dell’utente finale. La Regione Abruzzo, con un provvedimento dello scorso 8 maggio, ha recepito questo emendamento. Sarebbe tanto auspicabile quanto ovvio che a decidere non fosse solo una regione ma l’intero territorio nazionale. Oppure i diritti dei disabili abruzzesi sono diversi da quelli dei piemontesi o dei siciliani? Si tratta di una nuova ulteriore discriminazione? Forse sarebbe opportuno che tutti i disabili trasferissero la loro residenza in Abruzzo per vedere riconosciuto il loro diritto alla tutela della salute. Che fine hanno fatto i principi di “universalità” ed “uguaglianza” da sempre celebrati come assi portanti del Servizio Sanitario Nazionale sin dalla sua istituzione nel lontano 1978?

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